«Sono fatto così»: quanto ci conosciamo davvero?
C’è chi dice di essere una persona diretta, anche se gli altri la descriverebbero come poco incline ad ascoltare. Chi si considera disponibile, ma si ritrova spesso a dire sì quando vorrebbe dire no. Chi è convinto di lavorare meglio da solo e, forse, non ha ancora trovato il modo di fidarsi degli altri.
Conoscere se stessi può sembrare naturale: sappiamo che cosa ci piace, quali situazioni ci mettono in difficoltà e come tendiamo a reagire. Eppure, il racconto che abbiamo costruito di noi non sempre restituisce tutta la complessità dei nostri comportamenti.
«Sono fatto così» è una frase rassicurante perché mette ordine e ci risparmia molte spiegazioni. Ma quanto racconta chi siamo e quanto, invece, descrive il modo in cui abbiamo imparato a comportarci?
Quando un’abitudine diventa un’identità
Se durante una discussione tendiamo a tacere, possiamo convincerci di non essere portati per il confronto. Se prendiamo sempre in mano la situazione, possiamo considerarci leader naturali, senza domandarci se stiamo lasciando agli altri lo spazio per contribuire. Se ci prepariamo a ogni possibile imprevisto, possiamo leggere questa abitudine come precisione, anche quando comincia a costarci più energie di quante ne richieda il compito.
Un comportamento, però, acquista significato anche nel contesto in cui emerge. Possiamo sentirci sicuri con alcune persone e diventare esitanti con altre, accogliere serenamente un’osservazione in una giornata e viverla come un attacco in quella successiva. Possiamo desiderare maggiore autonomia e poi cercare conferme ogni volta che dobbiamo decidere.
Queste differenze meritano attenzione, perché ci raccontano qualcosa che le definizioni più nette tendono a nascondere. Conoscerci richiede anche di osservare quando cambia il nostro modo di agire e che cosa, in quelle situazioni, conta per noi.
Le intenzioni non raccontano tutto
Di noi conosciamo soprattutto le intenzioni. Sappiamo che volevamo aiutare, essere efficienti o evitare una discussione inutile. Gli altri, invece, incontrano le nostre parole, il tono con cui le pronunciamo e lo spazio che lasciamo nella relazione.
Così può accadere che un consiglio dato con le migliori intenzioni venga percepito come un’ingerenza, oppure che un silenzio scelto per prudenza venga interpretato come disinteresse. Anche il desiderio di fare bene può portarci a intervenire così spesso da comunicare sfiducia nelle capacità di chi lavora con noi.
Per questo un punto di vista diverso dal nostro può essere prezioso, soprattutto quando la prima reazione è spiegarci immediatamente. Prima di chiarire ciò che intendevamo, potremmo fermarci a capire che cosa è arrivato all’altra persona. È una conversazione che a volte mette a disagio, ma può rendere visibile qualcosa che da soli facciamo fatica a cogliere.
Che cosa succede quando usciamo dai ruoli abituali?
Nella quotidianità molte relazioni seguono un copione ormai familiare. In ufficio siamo quelli che risolvono i problemi, in famiglia quelli che mediano, tra gli amici quelli che organizzano tutto. Con il tempo, anche le aspettative degli altri contribuiscono a mantenere questi ruoli: ci chiedono ciò che abbiamo sempre saputo dare e noi continuiamo a rispondere nello stesso modo.
Un contesto diverso può rendere meno scontato quel copione. Quando incontriamo persone che non conoscono la nostra storia e affrontiamo situazioni meno familiari, possiamo osservare come ci muoviamo senza il sostegno del ruolo che occupiamo abitualmente.
Come reagiamo quando non abbiamo subito una risposta? Che cosa facciamo quando la nostra idea non viene scelta? Riusciamo a chiedere aiuto oppure preferiamo consumare energie pur di cavarcela da soli?
Sono domande che diventano particolarmente interessanti quando possiamo partire da un’esperienza concreta.
Conoscersi per avere più possibilità
È in questo spazio di osservazione che si inserisce LIFE, il percorso esperienziale di CIMBA dedicato allo sviluppo personale e della leadership. L’esperienza offre un’occasione per riflettere sul proprio modo di affrontare le situazioni e di entrare in relazione, portando l’attenzione anche su risposte che nella routine possono passare inosservate.
La leadership, del resto, riguarda anche chi non coordina un team e non ricopre una posizione di responsabilità. Entra in gioco quando esprimiamo un bisogno, affrontiamo un disaccordo, prendiamo una decisione o ci assumiamo la responsabilità dell’effetto che abbiamo sugli altri.
Conoscersi meglio può aiutarci a riconoscere il momento in cui una risposta abituale smette di esserci utile. Possiamo continuare a essere persone dirette e imparare a fare una domanda in più, mantenere la nostra disponibilità scegliendo con maggiore chiarezza a che cosa dire sì, essere autonomi e lasciare che qualcuno ci aiuti.
Forse vale la pena tornare, allora, a quella frase così familiare: «Sono fatto così». E lasciare aperta una domanda: c’è un modo diverso di affrontare questa situazione che non mi sono ancora concesso di esplorare?