LIVE2INFLUENCE

Hai una buona storia. Ma gli altri hanno voglia di ascoltarla?

Possiamo conoscere perfettamente un argomento, avere esperienza, dati solidi e qualcosa di importante da dire, eppure accorgerci che dall’altra parte l’attenzione si è già spostata altrove.

Succede durante una presentazione, quando dopo pochi minuti qualcuno guarda il telefono. Succede in una riunione, quando spieghiamo un’idea che ci sembra chiarissima e riceviamo soltanto qualche cenno distratto. Succede anche nelle conversazioni individuali, quando usciamo con la sensazione di esserci spiegati bene senza essere certi che il messaggio sia realmente arrivato.

René Rodriguez, che da anni lavora sui meccanismi dell’influenza e della comunicazione, sostiene che bastino circa novanta secondi per capire se una storia riuscirà a coinvolgere chi la ascolta. Nei suoi lavori torna spesso un concetto interessante: il problema non è necessariamente ciò che abbiamo da dire, ma il modo in cui costruiamo le condizioni perché l’altra persona abbia un motivo per seguirci.

Comunicare bene non significa semplicemente parlare bene

Quando dobbiamo essere convincenti tendiamo spesso ad aggiungere argomenti a sostegno della nostra posizione. È comprensibile, perché pensiamo che la solidità del contenuto possa compensare qualsiasi difficoltà nella comunicazione.

Eppure chi ascolta non riceve soltanto informazioni. Cerca molto rapidamente di capire dove vogliamo arrivare, perché quello che stiamo dicendo dovrebbe riguardarlo e se vale la pena continuare a dedicarci attenzione.

Per questo una comunicazione formalmente impeccabile può lasciare poco, mentre una storia semplice e concreta può rimanere impressa. Rodriguez sottolinea come raccontare esperienze reali permetta alle persone di riconoscersi molto più facilmente rispetto a una sequenza di qualifiche, caratteristiche o risultati.

Non significa trasformare qualsiasi intervento in un racconto emozionale. Significa capire che comunicare non è soltanto trasferire ciò che sappiamo dalla nostra testa a quella di qualcun altro.

Prima del messaggio viene la consapevolezza

C’è poi un aspetto più sottile, che emerge soprattutto nelle situazioni in cui sentiamo di dover dimostrare qualcosa. Più siamo concentrati sull’impressione che vogliamo dare, più rischiamo di perdere il contatto con chi abbiamo davanti.

È uno dei temi che Rodriguez affronta anche parlando di executive e professionisti molto competenti che, nelle situazioni ad alta pressione, finiscono per perdere efficacia non perché abbiano dimenticato ciò che sanno, ma perché perdono di vista lo scopo reale della comunicazione e la persona che hanno davanti.

La capacità di influenzare comincia quindi molto prima delle tecniche di public speaking. Comincia dalla capacità di capire come entriamo in una conversazione, quali automatismi attiviamo quando siamo sotto pressione e quanto riusciamo realmente ad ascoltare le reazioni degli altri.

L’influenza non è una performance

Essere influenti non significa avere sempre la risposta pronta, dominare una stanza o diventare improvvisamente grandi storyteller.

Significa riuscire a creare una relazione tra quello che vogliamo comunicare e ciò che per l’altra persona ha significato, imparando allo stesso tempo a riconoscere i nostri schemi comunicativi e a modificarli quando non funzionano.

È esattamente su questo spazio, tra consapevolezza personale, comunicazione e capacità di creare connessione, che lavora LIVE2INFLUENCE.

Un percorso esperienziale pensato per chi vuole comprendere meglio il proprio modo di comunicare e sviluppare una capacità di influenza che non dipenda soltanto dalle parole scelte, ma dalla qualità della relazione che riesce a costruire.

La prossima edizione di LIVE2INFLUENCE si terrà dal 21 al 23 ottobre 2026.

Perché a volte non serve avere qualcosa in più da dire. Serve capire meglio come far arrivare ciò che abbiamo già da dire.

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